Gli universitari. Chi?

Gli studenti universitari, dall’inizio della pandemia, sono stati lasciati soli, considerati marginali. Piegati sulla schiena dal lockdown e dallo studio, ancora oggi procedono con gli esami e lezioni online nel disinteresse generale. In questi mesi hanno ricevuto poche indicazioni sulla loro sorte e una pacca sulla spalla dal ministro Manfredi (CHI?).

Gli universitari sono rimasti fuori dalle priorità del governo e dal dibattito pubblico. Giovani in stand-by. Marginalizzati. Dimenticati. La politica nell’anno passato ha deciso di non scegliere, di non dare risposte ad un settore che non produce profitti. Si è creata una discussione lunga mesi sui banchi a rotelle, ma degli universitari nessuna traccia, niente. Forse si è pensato che i ventenni, capaci solo di fare aperitivi e assembramenti, dovessero essere grandi abbastanza per cavarsela da soli e che quindi nessuno si dovesse degnare di dare una risposta o delle certezze per il futuro, intanto continuiamo a vivere forti disagi a causa della pandemia, psicologici ed economici. La popolazione universitaria è stata snobbata a tal punto che migliaia di fuorisede, per paura del contagio e mancanza di certezze ha deciso di restarsene a casa con i genitori, dimenticando la propria scelta di vita. Siamo rimasti prigionieri del computer, privati della presenza, con biblioteche e aule studio chiuse. Per noi il lockdown non è mai finito e la luce in fondo al tunnel non si vede. Per le scuole si è messa in pratica ogni misura che potesse facilitarne la riapertura, per l’università è stato deciso, a priori, che neanche ci si provava, tranne poi aprire per le matricole in alcune zone. C’è chi l’università non l’ha mai vista e vissuta. Eppure l’università non è solo luogo di apprendimento, ma luogo di scambio e di relazioni, e purtroppo ne siamo privati.


Chiediamoci perché l’Italia sia agli ultimi posti per numero di iscritti e la media annua dei nostri laureati sia ben lontana da quella europea. Il comparto universitario è quello su cui negli ultimi anni si è maggiormente disinvestito: abbiamo il 25% del personale in meno e il Fondo ordinario per il funzionamento delle università è inferiore a quello di 10 anni fa. Per tornare a quel livello servirebbe investire un miliardo. In Europa siamo all’ultimo posto per il finanziamento dell’università rispetto al PIL, che è appena lo 0.3%. Se non abbiamo investito finora, come faremo adesso?


Tutto ciò ha pesantissime ricadute sul diritto allo studio: in Europa siamo al penultimo posto per numero di giovani laureati, abbiamo le tasse più alte e la metà delle borse di studio di Germania e Francia. Si è stati capaci di tornare a parlare di prestito studentesco da restituire quando si comincerà a lavorare, meccanismo che incatena per decenni gli studenti e le studentesse. La strada giusta non è quella di far indebitare gli studenti, ma bisogna investire innalzando la No Tax Area a 30mila euro e portare l’accesso alle borse di studio per gli Isee fino a 30 mila euro (oggi il tetto di ferma a 23 mila) e l’Ispe (l’indicatore patrimoniale) da 50 a 70 mila euro ed eliminando definitivamente la figura dell’idoneo non beneficiario finanziando tutte le borse di studio. E’ questione di volontà politica e del valore che si dà alla conoscenza. Bisogna dare a tutti e tutte la possibilità di accedere all’università e non restare esclusi.


Non lamentiamoci se i nostri giovani studenti sono costretti ad emigrare verso paesi che investono nell’università, nella ricerca e nell’alta formazione. Mentre altrove si agisce, qui, non se ne parla neanche più. Interroghiamoci sul fatto che negli ultimi quindici anni si sono perse 37mila matricole, interroghiamoci se l’università italiana stia perdendo la sua funzione.











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