Inquinamento atmosferico e allevamenti intensivi: una relazione complicata

The Lancet Planetary Health di recente ha pubblicato la classifica delle città europee con più morti premature legate all’inquinamento atmosferico.



In testa alla classifica delle città per numero di morti legate al PM2.5 spiccano Brescia, Bergamo seguite al quarto posto da Vicenza.

Uno studio svolto da Greenpeace Italia in collaborazione con ISPRA ha mostrato come gli allevamenti e l’agricoltura intensiva siano i principali responsabili delle emissioni di PM2.5 in Lombardia. Tante, infatti, sono le attività zootecniche presenti nella regione la maggior parte delle quali concentrate nella Pianura Padana, un territorio estremamente inadatto a tali attività in quanto soggetto a condizioni ambientali particolari. Queste sono aree in grado di sopportare basse concentrazioni di particolato e oltre tali limiti la situazione può diventare pericolosa. "Ogni Comune dovrebbe domandarsi quale carico ambientale può sopportare il suo territorio e agire di conseguenza", precisa ISPRA. Questa enorme quantità di PM2.5 emesso dagli allevamenti intensivi proviene soprattutto dalle deiezioni animali, in particolare dalla grande quantità di ammoniaca prodotta attraverso di esse; l’ammoniaca rilasciata in atmosfera combinandosi con altri inquinanti va a formare le “polveri sottili”. Oltretutto al giorno d’oggi, gli allevamenti intensivi sono la principale causa di avvelenamento dei corsi d’acqua. L’azoto contenuto negli escrementi trasformandosi in ammoniaca e nitrati provoca una vera e propria contaminazione dei corsi d’acqua andando ad impattare significativamente tanto sull’ecosistema acquatico quanto sulle falde acquifere. Inoltre, le deiezioni, ricche di ormoni e additivi chimici che quotidianamente vengono somministrati ai capi di allevamento, non risultano essere utili per la concimazione e vengono smaltite a un costo elevatissimo. Come sottolinea lo scrittore Roberto Marchesini nel suo libro "Oltre il muro. Viaggio all’interno degli allevamenti intensivi” con l’espandersi delle pratiche intensive si è avuto il passaggio dal fenomeno della fertilizzazione a quello della fecalizzazione dell’ambiente, laddove quest’ultimo non riceve più letame capace di arricchire il suolo rendendolo più fertile, bensì direttamente feci.

Ancora l’espansione degli allevamenti intensivi è strettamente connessa con l’aumento della deforestazione. Abbattendo le foreste secolari per far spazio a tali attività, l’uomo sta via via decimando la biodiversità promuovendo la frammentazione degli habitat. Nel mondo, le regioni più colpite sono quelle meno ricche ma che al tempo stesso ospitano la più alta biodiversità del nostro pianeta. In un mondo che cambia distruggere le foreste vuol dire eliminare il nostro unico mezzo di mitigazione climatica.

In ultima analisi, è ormai consolidato il legame tra SARS-COV2 e inquinamento atmosferico, infatti non a caso la maggior parte delle morti da Covid-19 sono avvenute nell’area della Pianura Padana, soprattutto nella città di Bergamo. Uno studio pubblicato su Scientific Reports mostra come un aumento di solo 1 μg / m3 di PM2.5 porti ad un aumento del 15% del tasso di mortalità da COVID-19. La relazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19 è sottolineata da un altro studio, pubblicato sul Cardiovascular Research Journal, dove si stima che circa il 15% dei decessi in tutto il mondo dovuti a Covid-19 potrebbe essere attribuito all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico. I risultati di tale studio mostrano l'importanza di continuare rispettare le normative esistenti sull'inquinamento atmosferico per proteggere la salute umana sia durante che dopo la crisi del COVID-19.

A fronte di tutto ciò, è necessario un cambio di rotta.

Una possibilità sarebbe quella di investire i fondi messi a disposizione dalla PAC e dal Recovery Plan in delle forme di produzione sostenibili che vadano ad incentivare le piccole aziende locali, per avviare una riduzione del consumo di carne che porti prima o poi ad una chiusura di queste “fabbriche della carne” a cielo aperto.

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