Perché la Legge Zan è necessaria (ma non è ancora sufficiente)


Dopo essere passato alla Camera lo scorso 4 novembre, nonostante le varie polemiche e i continui rinvii, il disegno di legge (ddl) Zan è attualmente a rischio in Senato, ostacolato dalle decisioni di alcuni esponenti della Lega e di Fratelli d'Italia. Proprio qualche giorno fa, durante la trasmissione del Maurizio Costanzo Show, parlando dell'ennesima aggressione omofoba ricevuta da due ragazzi che si baciavano alla metropolitana di Roma, Giorgia Meloni ha voluto esprimere la sua "solidarietà" ribadendo, però, come la Legge italiana condanni già qualsiasi atto violento e di come, quindi, non ci sia bisogno di un'ulteriore legge che tuteli lз cittadinз italianз.


Alessandro Zan, deputato del Partito Democratico, ha voluto proporre un disegno di legge che potesse riconoscere ufficialmente, oltre alla discriminazione razziale, etnica e religiosa (già riconosciute dalla Legge Mancino), discriminazioni di matrice omofoba, misogina e abilista. Sono proprio quest'ultime, infatti, a non essere attualmente esplicitate nell'art. 604 bis del codice penale ma che gli art. 1, art. 2 e art. 3 del ddl Zan prevedono, invece, di introdurre (in particolar modo, inserendo il sesso, il genere, l'orientamento sessuale, l'identità di genere e la disabilità tra i moventi dei reati perpetrati). Purtroppo, smantellando le convinzioni della leader di Fratelli d'Italia, al momento non c'è dunque una legge che tuteli apertamente e giuridicamente lз cittadinз appartenenti alla comunità lgbt+, ma soprattutto non è presente una legge che riconosca la loro esistenza, non permettendo loro di sentirsi parte integrante dello stesso Paese in cui sono natз.



Condannare un atto violento facendolo ricadere in una categoria generica, senza riconoscerne la matrice (che è, in questo caso, omofoba), significa voltare le spalle ed essere indifferenti a numerose problematiche che hanno da sempre intrecciato l'Italia a una riluttanza nei confronti di un'educazione di genere. Significa non riconoscere come, ad esempio, il nostro Paese ricopra il 35° posto, su 49 paesi europei, per "accettazione sociale lgbt+"; significa accettare, quindi, che le "terapie di conversione" siano ancora legali in Italia, che le coppie omosessuali possano unirsi civilmente ma non in matrimonio e che non possano avere diritto ad avere e accudire dei figli; significa non considerare come lo spettro della "teoria gender" continui tuttora, indisturbato, ad aleggiare (basti pensare come, sempre Giorgia Meloni, creda che il ddl Zan consista nell'obbligo di far scambiare i vestiti dei ragazzini di sette anni spiegando loro, in questo modo, in che cosa consista l'omosessualità).


Una mancata educazione su queste tematiche porta irrimediabilmente alla costruzione di una norma e alla paura del "diverso" che, se nel peggiore dei casi porta alla manifestazione di atti violenti, d'altra parte radicalizza, in modo molto più sottile, atteggiamenti omofobi riconosciuti come legittimi. Far passare come "libera opinione" credere che l'omosessualità sia sbagliata, che lə propriə figliə sia "deviatə", farlə sentire come unə estraneə in un ambiente in cui dovrebbe sentirsi al sicuro e invece non è accettatə, sono pochi dei numerosissimi esempi di atteggiamenti (non-violenti fisicamente ma violenti psicologicamente) che, se non condannati, rischiano di alimentare una già radicalizzata cultura omofoba.


Ciononostante, dopo le proteste della Conferenza episcopale italiana (Cei) che temeva in delle "derive liberticide che finivano col colpire l'espressione di una legittima opinione" (stessa "paura" condivisa, poi, dai partiti di destra ed estrema destra), per ragioni strettamente politiche, il ddl Zan ha dovuto introdurre la cosiddetta "clausola salva idee": come recita l'art. 4, se prima erano "consentite", ora sono "fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti". Una clausola simile, però, porta con sé non soltanto il rischio di creare delle vere e proprie scappatoie giuridiche (prestandosi a dubbi interpretativi) ma non permette, ancora una volta, di porre una netta e chiara linea di demarcazione tra quello che è il "libero pensiero" e quella che risulta, invece, una discriminazione a tutti gli effetti (che viene, per l'appunto, quasi sempre nascosta e giustificata da un semplice "avvalersi del diritto di esprimere la propria opinione").


Inoltre, quando sentiamo parlare del ddl Zan, molto spesso (se non quasi sempre) ci si riferisce a una proposta di legge che intende contrastare l'omotransfobia, prendendo, quindi, in considerazione solo due delle categorie discriminate: quella omosessuale e quella transessuale. Ma all'interno della comunità lgbt+ appartengono altrettanti gruppi (come quello bisessuale, asessuale, aromantico, intersessuale, non-monosessuale) che, seppur condividendo con quello omosessuale e transessuale molte delle discriminazioni subite, a loro differenza rischiano, per un'esclusione simile, di non essere altrettanto considerati, rappresentati e tutelati accuratamente (tenendo in considerazione come già all'interno della comunità stessa le persone bisessuali e asessuali abbiano riscontrato più volte numerosi atteggiamenti bifobici e afobici nei loro confronti).



Per quanto, quindi, è necessario riconoscere come il ddl proposto da Alessandro Zan possa riuscire, dopo tanti anni, a ritagliarsi uno spazio in Italia, iniziando finalmente a identificare e condannare atti violenti con un'aggravante omobitransfobica, d'altra parte c'è da considerare come la strada che ci si propone di fronte sia ancora molto lunga da percorrere. È fondamentale che vengano istituiti centri e case rifugio contro le discriminazioni (come previsto dall’art. 9 del ddl Zan), così come una Giornata Nazionale contro l'omobitransfobia (come prevista dall’art. 7 del ddl Zan e che permetterà, fiduciosamente, che possa essere diffusa maggiore informazione a riguardo), così come sarà fondamentale che la lotta non si fermi al ddl Zan ma continui ad agire intaccando la radice culturale del problema e a rimanere attiva, se non ancora più presente, più forte e più influente, fino ad arrivare a un punto in cui nessunə verrà più esclusə.


Laura D’Andrea

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