The Handmaid’s Tale: Cos’ha in comune la nostra società con un romanzo distopico?

Aggiornamento: gen 22

Margareth Atwood, poetessa, scrittrice, ambientalista e femminista di origini canadesi, immagina gli Stati Uniti alla fine del XX secolo all’indomani di un golpe: non sono più la nazione che conosciamo oggi. Ora alla guida della più grande super potenza mondiale trovano posto dei fanatici religiosi che instaurano un regime totalitario, il cui scopo principale è quello di invertire la tendenza della crescita zero della popolazione. Per porre rimedio all’altissimo tasso di infertilità e di mortalità infantile, i gerarchi della Repubblica di Gilead (questo è il nome dei nuovi USA) rendono le donne completamente sottomesse agli uomini, proibiscono loro di leggere e applicano letteralmente il precetto biblico della Genesi 30,1-4, secondo il quale al marito viene permesso di generare figli con le serve delle proprie mogli, nel caso in cui queste ultime non fossero fertili. Le donne fertili, chiamate “Ancelle”, vengono allora ridotte a mero strumento per la procreazione, ripetutamente violentate in nome di un rito sacro e disumanizzate tramite la perdita del loro nome. Ognuna di loro infatti acquista il nome del proprio “comandante”: “OfFred”, “OfMatthew”, “OfGlen” (nella traduzione italiana “DiFred”,“DiMatthew” e “DiGlen”). Questa è solo una parte di ciò che le donne di Gilead subiscono: nonostante la divisione in classi sociali, nessuna di loro è esclusa dalla perdita di identità e di diritti fondamentali.

La serie televisiva, che prende vita da questo caposaldo della letteratura femminista, è diretta da Bruce Miller ed è presto diventata un fenomeno di culto, oltre ad aver ottenuto il plauso della critica specializzata e svariati premi, tra cui nove Emmy Awards e due Golden Globe.


Alla base del suo successo vi è indubbiamente la vicinanza con i temi reali che ogni giorno attiviste e attivisti affrontano: potrebbe sembrare azzardato per qualcuno alludere a questa corrispondenza, ma è proprio tramite l’esasperazione di ingiustizie a noi vicine che spesso le coscienze si risvegliano, si infiammano e scorgono il marcio che ci circonda. Infatti, la stessa autrice del romanzo ammette di non aver poi tanto utilizzato l’immaginazione, se non per sviluppare le conseguenze di una mentalità, quella puritana, negli USA ben radicata.


Il controllo del corpo femminile è trasversale in ogni cultura ed è la colonna portante del patriarcato stesso. Non è un caso, dunque, che gli abiti rossi delle Ancelle siano stati presi in prestito dalle femministe di tutto il mondo, poiché è proprio quel controllo che accomuna l’orribile realtà di Gilead e la nostra, tutt’altro che perfetta.

Le forme di controllo del corpo femminile sono presenti da sempre e ovunque, e sopravvivono mutando e adattandosi alla realtà contingente. A volte sono sottili e impercettibili, se non si allena la mente a riconoscerle, altre volte sono manifestamente alla luce del sole.

È questo il caso della sentenza della Corte Costituzionale polacca, emanata il 22 Ottobre 2020, che vieta l’interruzione di gravidanza in caso di malformazione grave del feto. La legislazione sull’aborto in Polonia era già tra le più restrittive d’Europa: consentiva l’interruzione di gravidanza solo nel caso di stupro, pericolo di vita per la madre e, infine, malformazione grave del feto.


C’è da dire che il panorama politico della Polonia è dominato dal 2015 dal partito Prawo i Sprawiedliwość (Diritti e Giustizia), ultraconservatore e legato alla Chiesa cattolica polacca. I critici del governo, al cui capo vi è il primo ministro Mateusz Morawiecki dal 2017, sostengono che la decisione della Corte Costituzionale sia stata influenzata dal partito. A sostegno di questa tesi possono essere annoverati dei precedenti tentativi di inasprimento delle regole sull’aborto ad opera del Governo polacco, tentativi che hanno anche allora incontrato una pronta opposizione pubblica. Tuttavia, il PiS nega ogni sorta di coinvolgimento nel provvedimento della Corte.

La mobilitazione popolare di fronte alla sentenza del 22 Ottobre è stata tra le più sentite e partecipate nella storia della Polonia; più di centomila persone, solo a Varsavia, si sono riversate nelle strade e nelle piazze per chiedere il rispetto del diritto all’autodeterminazione delle donne. Il provvedimento non era ancora in vigore, ma per ora dalle proteste è risultata una frenata da parte del Governo nella pubblicazione della sentenza (programmata per il 2 novembre). Un parziale e insufficiente spiraglio che non ferma le manifestazioni di dissenso.


Leggere e apprendere queste notizie, oltre che scatenare una reazione di supporto verso le femministe polacche, dovrebbe anche stimolare una riflessione su ciò che accade in Italia. Il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) nel nostro paese è stato riconosciuto il 22 Maggio del 1978 dalla legge n°194. Secondo questa legge, la gravidanza può essere interrotta se rappresenta un rischio per la salute fisica e psichica della donna (dopo il primo trimestre, è necessario un parere medico che attesti la pericolosità della gravidanza per la salute della donna). Tuttavia, pur essendo un diritto riconosciuto, non è ancora del tutto garantito: secondo l’associazione Luca Coscioni, i ginecologi obiettori di coscienza in Italia sono 7 su 10. Ancora più allarmanti sono i dati percentuali di alcune regioni e province autonome italiane quali: Basilicata (l’82,2% dei ginecologi sono obiettori), Provincia autonoma di Bolzano (87,2%), Molise (92,3%), Puglia (82,3%) e Sicilia (82,7 %).

Inoltre, la legge 194 tutela la privacy della donna, le cui generalità devono rimanere riservate. Eppure, come riferisce The Vision, in Italia ci sono circa 50 “cimiteri dei feti”: luoghi in cui il feto viene sepolto sotto una croce con su scritto il nome della donna che ha scelto di interrompere quella gravidanza. Tutto ciò ad opera di movimenti pro-life ultracattolici che sfruttano l’attuale legislazione sullo smaltimento del prodotto del concepimento. Questa prevede che sia la Asl stessa a rilasciare i permessi di trasporto e seppellimento del feto e, quindi, a provvedere alla sepoltura, anche nel caso in cui i genitori non ne facciano richiesta.


Alla fine, siamo così sicuri che la realtà raccontata dalla scrittrice Margareth Atwood sia così lontana?

Per ora lo è e rimarrà tale solo se sceglieremo sempre di denunciare ogni forma di discriminazione e di limitazione alla libertà di autodeterminazione di ognuna di noi.








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